Lamu e le sue sorelle un mare di mangrovie

LAMU le cime delle mangrovie appaiono e scompaio dall’acqua come per incanto. Bastano poche ore perché il ciclo delle maree trasformi il paesaggio dell’arcipelago. E colto dalla barca questo sembra un effetto speciale. Lamu: costa nord del Kenya quasi al confine con la Somalia, lontana anni luce dalla celebre Malindi, c’è un pezzo d’Africa (cultura swahili, religione musulmana) che non t’aspetti. Spiagge bianche disseminate di frammenti di corallo (bianco), e isole (quattro le principali: Lamu, Manda, Pate, Kiwaiyu) piazzate nell’Oceano Indiano rese uniche dal via vai di dhow a vela — e da un ritmo così lento da sembrare irreale.

Nelle stradine della città vecchia di Lamu, Patrimonio Unesco, dopo mercanti turchi, arabi e esploratori portoghesi oggi sono arrivati gli europei: comprano e ristrutturano case cubiche con giardini segreti, nate con “mattoni” di profumato corallo bianco arrivato dal mare, porte di legno scolpite da secoli di abilità locale (di derivazione yemenita) e tetti di fibra di palma sospesi sulle mura perimetrali come pagode. Tra i vicoli avanzano gli asinelli, trecento in tutta l’isola, che hanno l’onore di avere un ospedale a loro dedicato e l’onere di trasportare tutto il trasportabile. Oltre alla main street, pomposamente detta, dove sbarcano i turisti (e dove si affacciano un piccolo museo, qualche albergo e molte case), c’è un mare che cambia colore ogni momento. È lo stesso mare che bagna, poco più avanti, il villaggio di Shela: all’interno le piccole gallerie d’arte keniota, i vicoli, le mura candide, lo struscio di donne velate e variopinte; all’esterno (ovvero con vista sulla costa) una sequenza di discrete ville nel verde di banani e palme, lussuose: quella della principessa Caroline di Monaco è l’ultima della fila.

Di natura più selvaggia lo spettacolo che si apre sulla grande isola di fronte a Lamu: Manda, separate dalla sorella da un braccio di mare stretto. Si attraversa con una bella nuotata e, in inverno, non è raro avere la fortuna di accompagnarsi a qualche delfino. È all’interno di Manda che si trovano le rovine di Takwa, un antico villaggio Swahili che ha più o meno seicento anni (da scoprire in bicicletta) e la foresta di mangrovie del canale che taglia in due l’isola. Il silenzio che accompagna il breve viaggio in kayak tra fogliame e acqua verde è interrotto da mille versi irriconoscibili, piccoli uccelli ma anche cicogne appollaiate sui rami bassi. Dietro l’angolo, anzi dietro l’insenatura, si apre una spiaggia candida dove abita l’elegante Majlis Resort che ospita pochi fortunati esploratori di un tratto d’isola dove la sabbia e il cielo basso del Kenya sembrano mescolarsi, soprattutto quando il tramonto lascia ai generatori elettrici il compito di illuminare questo lembo di terra dove la mondanità è bandita così come le auto. C’è un’aria magica ad accompagnare serate senza tv, un cielo con una cascata di stelle tutto l’anno e un clima caldo a dispetto delle stagioni che si rincorrono.

L’isola più “estrema” dell’arcipelago è piccola piccola. Si chiama Manda Toto e si offre solo a chi arriva in barca. Non c’è nulla che regali ospitalità notturna, non c’è acqua, mentre granchi di tutti i colori e tutte le dimensioni ne hanno fatto la propria residenza; alberi bassi circondano infinite strisce di spiaggia come una sontuosa corona verde: uno show.

Ancora più difficile l’impatto con Pate, l’isola più a nord dell’arcipelago che accoglie i dhow come una benedizione. Nessuna concessione estetica al turismo: duemilacinquecento abitanti e i banana che delimitano vicoli sterrati Si coltiva un po’ di tabacco, si vive di pesca, artigianato del legno e poco altro. C’è un palazzo reale di uno sceicco che nel 1600 aveva fatto edificare qui la sua dimora, qualche pietra (bella e abbandonata) di una grande moschea di cui si può solo intuire la magnificenza. C’è un importante sito archeologico a Shanga nella zona sud della grande isola. E poi ancora il mare, che s’insinua tra le mangrovie e cambia a ogni marea.